Qr code e packaging interattivo

Datamonitor predice un boom per il packaging interattivo

Per le bevande o il cosiddetto “gourmet food” così come per tutti i generi alimentari i consumatori desiderano (e in certi casi esigono) sempre maggiori informazioni e il Qr code costituisce un tassello tecnologico comodo e immediatamente fruibile che risponde a questa esigenza senza andare a sollevare questioni legate a una tracciabilità più tecnologica, Rfid e non Rfid, che comporta investimenti consistenti per la definizione di un sistema univoco e condiviso tra produttori, trasportatori e retailer.

I Qr code sulle etichette del vino,, ad esempio, che permettono tramite telefonino di accedere a tutta una serie di informazioni tra cui l’origine, la storia del produttore, la tipologia di vigna o l’accostamento organolettico più adatto sono solo la punta dell’iceberg, sostiene Datamonitor.

La società di consulenza americana, infatti, ha sotto controllo da tempo il fenomeno e parla di espolosione del packaging interattivo, ma con investimenti piuttosto ridotti.

“Qualche anno fa i Qr code hanno iniziato ad apparire a macchia di leopardo – ha spiegato Tom Vierhile, direttore Innovation Insight di Datamonitor – e oggi sono letteralmente esplosi. I Qr code consentono di incrementare la trasparenza sulle confezioni dei prodotti che i consumatori trovano sui banchi dei punti vendita e consentono loro di identificare la provenienza degli ingredienti, la data in cui frutta e vedura fresche sono stati raccolti e tutto un altro genere di informazioni importanti”.

Come sottolineano gli esperti, per una categoria come il vino, che è estremamente variegata e che comporta per un punto vendita decisioni di acquisto complesse ed articolate il Qr code costituisce lo spartiacque tra prodotti e marche.

“Il target di riferimento a cui si dirige questo tipo di comunicazione – ha proseguito Vierhile – è la popolazione più giovane e i consumatori più technology-addict. Grazie al Qr code i consumatori possono interagire col brand e imparare di più sui prodotti che acquistano, ma anche aver accesso a promozioni e iniziative di marketing che aumentano le opportunità commerciali”.

Un’opportunità che per i Paesi asiatici ha una duplice valenza, consentendo di comunicare agli occidentali, scegliendo l’inglese o addirittura una localizzazione ad hoc.

da THEBIZLOFT.COM

Nuove norme europee per gadget nei prodotti alimentari

Giocattoli e gadget abbinati ai prodotti alimentari: arrivano nuove norme europee

Il 20 luglio entrerà in vigore la direttiva europea 2009/48 sui giocattoli che prende in considerazione anche i gadget abbinati alle confezioni dei prodotti alimentari (ovetti di cioccolato, snack salati e dolci, confezioni di biscotti …) . Il tema è delicato perché i destinatari dei gadget sono spesso bambini e gli incidenti sono ricorrenti ( l’ultimo è accaduto a um bambino che ha ingerito un gadget presentei n una confezione di patatine Crick e Crock).

I pericoli riguardano le piccole dimensioni dei gadget e anche le sostanze impiegate, vernici, materiali non adeguati che nel corso del tempo potrebbero rilasciare sostanze tossiche o nocive. La Comunità ha ritenuto doveroso focalizzare l’attenzione dei produttori sulla conformità dei propri gadget e degli imballaggi che li contengono rispettando le normative vigenti.

Tra i punti importanti della norma ricordiamo l’obbligo dei prodotti alimentari che contenengono un giocattolo di riportare sulla confezione una specifica avvertenza “Contiene giocattolo. Si raccomanda la sorveglianza di un adulto”. C’è di più i giocattoli contenuti nei prodotti devono avere un loro imballaggio di dimensioni tali da impedirne l’ingestione e/o l’inalazione e, non da ultimo, l’accertamento dell’idoneità alimentare (sufficientemente inerte da escludere il trasferimento di sostanze ai prodotti alimentari in quantità tali da mettere in pericolo la salute umana o da comportare una modifica inaccettabile della composizione dei prodotti alimentari).

La norma vieta inoltre l’utilizzo di giocattoli solidamente attaccati al prodotto al momento del consumo, tanto da richiedere la consumazione del prodotto alimentare perché si possa accedere al giocattolo.

Luca Foltran

da ILFATTOALIMENTARE.IT

Packaging e profumi firmati

Boom dei profumi firmati
Le fragranze tireno le griffe
Dalla Francia l’ultimo fenomeno: in quei flaconi una nuova frontiera dello stile


ALBERTO MATTIOLI

La moda del profumo fa bene alla moda. Premessa: come sempre nei periodi di crisi per molti, i prodotti per pochi vanno benissimo. E’ boom per tutto il settore del lusso. Ma è superboom per i profumi: in Francia, più 4% di vendite nel solo primo trimestre dell’anno, un dato interessante e non solo perché potrebbe confermare vecchi pregiudizi molto diffusi da questa parte delle Alpi sulla scarsa simpatia per acqua e sapone che regnerebbe dall’altra.

Il mercato del profumo tanto va bene che si sta invertendo il suo rapporto con quello della moda: adesso sono le fragranze a «trainare» i vestiti e non viceversa. Prendete il caso di Jean Paul Gaultier. Un mese fa, la sua maison è stata acquistata dal gruppo spagnolo Puig, che ha messo sul tavolo 100 milioni di euro per acquistare una società in deficit e con un giro d’affari di appena 26. Ma la vera miniera d’oro griffata Gaultier sono i profumi (come il suo maschile «Le male», la seconda fragranza da uomo più venduta in Francia), che fatturano circa 200 milioni. Per i prossimi quattro anni, i profumi Gaultier sono nelle mani del gruppo giapponese Shiseido, ma evidentemente Puig scommette che, nel 2015, il mercato continuerà a «tirare».

Quanto al fatto che spesso i profumi di marca non appartengano ai rispettivi «creatori», è una caratteristica di questo mondo: per esempio, le essenze griffate Armani, Ralph Lauren e Yves Saint-Laurent sono dell’Oréal, quelle Hugo Boss, Gucci e Lacoste della Procter and Gamble, Dior, Givenchy e Kenzo di Lvmh, Marc Jacobs, Balenciaga e Calvin Klein di Coty, eccetera.

A volte, il successo dell’elegante bottiglietta può perfino far rinascere vecchie griffe un po’ passate di moda. Thierry Mugler, ad esempio: da nove anni non sfila, ma il suo profumo da donna «Angel» resta il secondo più venduto (ovviamente dopo l’immortale Chanel n˚5, un’istituzione francese come il camembert o i litigi nel Partito socialista). Bene: questa primavera, è stata presentata di nuovo una collezione firmata Mugler e davanti a Lady Gaga. Risultato: botto mediatico e rilancio immediato del marchio. Ma l’obiettivo è quello di arrivare con i vestiti al 20% dei 500 milioni di euro fatturati con il solo profumo. Qualcosa di simile è successo con Paco Rabanne: sparito dal prêt-àporter da sei anni, restava fortissimo nel prêt-à-parfumer grazie a due grandi successi, «1 million» per uomo e «Lady Million» per donna. Allora Puig, che possiede anche il marchio Paco Rabanne, ha deciso di riportalo in passerella: la collezione, disegnata da Manish Arora, sfilerà a Parigi in ottobre. E allora si potrà davvero dire che il profumo Paco Rabanne è così buono da resuscitare i morti.

Resta da capire, naturalmente, perché il business dell’olfatto abbia un così travolgente successo. Dietro, naturalmente, ci sono grandi gruppi industriali «specializzati» di produttori (in testa lo svizzero Givaudan, tre miliardi e mezzo di fatturato) che, peraltro, cifre simili le mettono insieme più con le fragranze per i detersivi che con quelle per i profumi di lusso. Però, calcola maliziosamente «Le Figaro», in un flacone che il consumatore paga 70 euro, il profumo ne costa al produttore, più o meno (e forse meno che più), uno. Il grosso dell’investimento è la bottiglia chic, il packaging, la star che presta la sua bella faccia al prodotto e una massiccia pubblicità. Insomma, «una goccia di profumo in un oceano di marketing», chiosa il quotidiano.

E tuttavia anche il lusso non basta più: ci vuole il superlusso dei piccoli produttori indipendenti. Indipendenti, e carissimi: le loro essenze «di nicchia» costano del 50 al 100% di più. Eppure si vendono benissimo, segno che chi le inventa ha fiuto non solo per i profumi ma anche per gli affari.

da LASTAMPA.IT

BTicino : Oscar dell’Imballaggio

BTicino ancora una volta premiata all’Oscar dell’Imballaggio
BTicino si è aggiudicata, per la terza volta in cinque anni, l’Oscar dell’Imballaggio: il premio, giunto alla 54° edizione, era dedicato quest’anno al Quality Design.

Promosso dall’Istituto Italiano Imballaggio con la Facoltà del Design del Politecnico di Milano, il riconoscimento vuole contribuire all’innovazione del packaging in termini di riduzione dell’impatto ambientale e di semplificazione d’utilizzo da parte del consumatore.

BTicino ha ricevuto l’Oscar nella categoria Packaging per Beni Durevoli per l’astuccio delle placche della nuova linea Livinglight, progettato dall’Ufficio Progettazione Imballi di BTicino Varese, in collaborazione con l’azienda produttrice.

L’Oscar è stato conferito per le qualità di ricerca estetica e attenzione al dettaglio, per l’alleggerimento della struttura e la riduzione di materiale, oltre che per la semplificazione dell’apertura che facilita l’accesso al prodotto, connotandosi in maniera non comune rispetto al settore di riferimento.
La Giuria inoltre ha ritenuto di assegnare a BTicino una ulteriore targa per l’innovativa valenza progettuale della linea automatica d’imballaggio.

La confezione delle placche Livinglight, pur nella sua semplicità, risulta essere elegante e sofisticato grazie alle inedite linee oblique di apertura/chiusura.
La realizzazione è ottenuta in un solo passaggio, durante il quale si ottiene la fustellatura e la cordonatura di un unico pezzo di cartoncino riciclato, con gli elementi grafici stampati in rilievo a secco.

Per garantire la protezione del prodotto dagli urti con le pareti, l’astuccio dispone di un accorgimento che mantiene bloccata la placca all’interno dell’involucro, proteggendo la placca da rotture e danneggiamenti superficiali durante la movimentazione e lo stoccaggio; è inoltre dotato di una finestratura trasparente, che consente di riconoscere immediatamente la forma e la finitura del prodotto.

Le nuove confezioni Livinglight inglobano un insieme di innovative soluzioni tecniche che, come riconosciuto dalla Giuria del premio, permettono numerosi vantaggi, tra cui:

  • la riduzione del volume del prodotto imballato in fase di trasporto e stoccaggio, che corrisponde ad un vantaggio in termini di spazio occupato lungo tutta la filiera;
  • la diminuzione dei costi di imballo di oltre il 10%
  • l’automatizzazione delle operazioni di imballaggio in linea al termine del processo produttivo:
  • l’abbattimento del costo di realizzazione della confezione;
  • la riduzione dell’impatto ambientale dell’astuccio stesso, anche attraverso l’agevolazione dello smaltimento monomateriale in cantiere, eliminando le operazioni di cernita dei materiali.

Dopo l’Oscar del 2007 e del 2010, il nuovo premio costituisce un altro importante riconoscimento di BTicino verso l’ecocompatibilità e il buon design. Un’attenzione che si concretizza nella ricerca tecnologica applicata all’intero processo produttivo, nell’ottica della riduzione dell’impatto ambientale, dell’attenzione alla fruibilità dei propri prodotti e nell’ampliamento delle fasce di utilizzatori espresso, ad esempio, dall’applicazione dei principi del Design for All.

da ARCHIPORTALE.COM

Ampacet marcatori molecolari per imballaggi

Firma molecolare per il packaging

La richiesta di una maggiore tracciabilità di prodotti alimentari, medicinali, cosmetici o ricambi sta trasferendo agli imballaggi per beni di largo consumo tecnologie un tempo impiegate per prodotti hi-tech. E’ il caso dei marcatori molecolari, che la statunitense Ampacet propone con il marchio AmpaTrace anche per applicazioni di imballaggio, in modo tale da poter verificare, in ogni fase della filiera distributiva, la provenienza del prodotto.

La tecnologia della ‘firma molecolare’ viene utilizzata da tempo per prodotti che richiedono un controllo di provenienza a prova di manomissioni, come nel caso di prodotti farmaceutici, esplosivi, fitofarmaci, o banconote.

Il principio di funzionamento è semplice: una speciale sostanza chimica viene aggiunta ai masterbatches utilizzati nella produzione dell’imballaggio; la presenza del marcatore può essere rapidamente verificata attraverso esami di laboratorio, oppure direttamente nel punto vendita, con speciali rilevatori forniti dalla stessa Ampacet.

In funzione del livello di sicurezza richiesto, e del costo, si possono utilizzare sostanze rilevabili ai raggi UV o agli infrarossi, o che sfruttano il comportamento magnetico. La società propone soluzioni adatte per imballaggi rigidi o flessibili trasformati mediante tecnologie di stampaggio ad iniezione, soffiaggio o estrusione.

continua

da POLIMERICA.IT

Il consumatore digitale

Le sfide poste dal nuovo consumatore digitale
Le innovazioni nella Rete obbligano le imprese a rivedere i propri approcci commerciali, che devono necessariamente legarsi alla logica collaborativa e virale del mezzo digitale

di Roberta Barbiero

Se si osserva l’attuale scenario economico italiano, ci si rende immediatamente conto di come il legame tra vita digitale e business stia diventando sempre più stretto, con una evidente convergenza tra circostanze off ed esperienze on. Quella che a buon titolo è stata definita una “rivoluzione digitale” rappresenta ormai una componente fondamentale nella valutazione dei trend di mercato e il suo impatto nella filiera produttiva e distributiva nazionale costringe gli imprenditori di qualsiasi settore e dimensione ad affrontare sfide sempre più impegnative; sfide che impongono una riformulazione degli approcci tradizionali, sfide che richiedono elasticità mentale e rinnovate skills, sfide che portano a campagne commerciali il cui esito è tutt’altro che scontato, sfide, in estrema sintesi, che tendono spesso ad assumere la forma di un temuto punto interrogativo.

A tal proposito, un’analisi commissionata da Il Sole 24 Ore a IPR Marketing e presentata dal CEO dell’istituto di ricerca, Antonio Noto, in occasione del Forum Digital Media – svoltosi lo scorso mercoledì 25 maggio presso la sede milanese de Il Sole 24 Ore – delinea il profilo degli utenti digitali, dei nuovi consumatori web 2.0 e offre importanti spunti di riflessione circa i risvolti più attuali del commercio elettronico.

Complessivamente considerati, i dati – ha sottolineato Noto – denotano un consumatore in costante evoluzione, probabilmente più evoluto della stessa tecnologia di cui si serve. Il popolo degli internauti definiti “autonomi” rappresenterebbe il 54% dell’intera popolazione italiana, mentre il restante 46% non sembra essere connesso; tuttavia il 20% di questa seconda categoria è costituito dagli internauti cosiddetti “indiretti”, che utilizzano, cioè, la rete servendosi della mediazione di amici e parenti: essi, pur in assenza di alfabetizzazione informatica, sono, in definitiva, dei fruitori della rete, quindi la percentuale complessiva del popolo del web viene a coincidere con il 74% degli italiani.

Con riferimento al tempo trascorso on line, scopriamo che circa un terzo della popolazione che si collega lo fa per più di quattro ore al giorno e che donne e giovani rappresentano le categorie più attive, quelle che passano piu? tempo in internet: il 37% delle donne e il 39% dei 18-34enni risultano connessi per oltre 4 ore al giorno.

continua

da I-DOME.COM

Creme solari packaging

Creme solari: conta solo il filtro
Cheap o extra-lusso, sono le amiche dell’estate

Sono le grandi alleate dell’estate, da avere sempre con sé al mare, in montagna, ma anche in città quando si sta a lungo all’aria aperta. Sono le creme solari con gli indispensabili filtri che proteggono la nostra pelle dagli effetti nocivi dei raggi ultravioletti. Un’indagine rivela che le compriamo soprattutto al supermercato oppure in farmacia: che siano essenziali o extra lusso, in effetti, la loro importanza sta tutta nella protezione che ci garantiscono.

A fare il quadro della situazione è il dermatologo dell’università Cattolica di Roma Leonardo Celleno. Lo specialista spiega che tutte le creme solari garantiscono sicurezza ed efficacia, dichiarando nella confezione qual è il loro fattore di protezione. In Europa, indipendentemente dal prezzo di questi prodotti, si può quindi stare tranquilli ed essere certi che ciò che offrono gli scaffali della grande distribuzione, le profumerie o le farmacie, sono in ogni caso filtri solari adeguati ai requisiti fissati per legge. La novità a cui bisogna prestare attenzione, precisa però il medico, è che “sull’etichetta deve essere indicato il fattore di protezione nei confronti non solo dei raggi Uvb, ma anche Uva”.

La cautela è obbligatoria in occasione delle prime esposizioni. “Dopo 11 mesi d’ombra – spiega l’esperto – è bene fare molta attenzione quando ci si espone per le prime volte al sole e si deve proteggere la pelle con schermi solari alti, che contengano non solo un filtro anti-Uvb, i raggi che ‘scottano’ la cute, ma anche anti-Uva, i raggi che possono provocare i tumori della pelle”. “Bisogna – aggiunge – tenere presente che il fattore di protezione sarà diverso per questi due tipi di raggi: se una crema possiede, ad esempio, un fattore 30 contro gli Uvb, la protezione contro gli Uva sarà pari a circa un terzo, dunque 10. Questi numeri devono essere riportati sulle confezioni dei prodotti” e tenuti in considerazione da chi li utilizza, “rinnovando le applicazioni dopo ogni bagno o sudata”, avverte Celleno.

Per orientarsi nella grande quantità di prodotti disponibili, l’esperto suggerisce di orientarsi selezionando un solare in base alla sua ‘fascia di protezione’: bassa, media o alta, da scegliere a seconda del proprio tipo di pelle e dal momento dell’esposizione al sole. Quanto al prezzo, una ricerca condotta negli Usa da Consumer Reports ha evidenziato che i solari meno costosi sono addirittura i migliori. “Fermo restando che in tutte le creme solari è contenuto un filtro solare efficace e corrispondente al numero indicato in confezione – evidenzia Celleno – ci sono vari elementi che possono influenzare il costo di un solare: la texture, la profumazione, la gradevolezza sulla pelle, il packaging”. La cosa che però conta davvero è la protezione offerta alla pelle: il resto è di libera scelta.

Un’indagine rivela che proprio gli scaffali del supermercato sono il luogo in cui gli italiani comprano il loro solare per le vacanze. E’ una consolidata abitudine di un connazionale su due, mentre sale anche lo zoccolo duro di chi non rinuncia alla farmacia, magari con l’aiuto del farmacista per arrivare a un acquisto più consapevole. Secondo i dati di Euromonitor International e Unipro, infatti, dal 2006 al 2010 questo canale di vendita ha ‘rosicchiato’ spazio alle profumerie, tanto che oggi la farmacia detiene una quota pari al 30% del mercato dei solari, per un valore di 107 milioni di euro.

da TGCOM

Birra Peroni Nastro Azzurro e la storia d’Italia

Birra Peroni tra le aziende storiche che raccontano il percorso del nostro Paese

Il legame tra passato e futuro, cinquant’anni di storia del nostro Paese raccontati attraverso un prodotto, la Nastro Azzurro, che ha accompagnato intere generazioni di italiani e non solo. Questi gli elementi che identificano il contributo di Birra Peroni alla mostra “Marcando la Storia. 1960 – 2020: il futuro raccontato da 15 storiche marche italiane” al MACRO Testaccio di Roma dal 20 al 28 maggio. La rassegna curata da Antonio Romano, uno dei maggiori esperti italiani di marchi e design, si propone di raccontare il percorso economico e i successi delle aziende italiane dagli anni ’60 ad oggi con uno sguardo anche al decennio che ci porterà alle prossime Olimpiadi. La mostra è stata, infatti, promossa dalla Fondazione per Roma 2020, presieduta da Aurelio Regina, fondata per sostenere la candidatura di Roma alle Olimpiadi 2020.

Birra Peroni è da sempre fortemente radicata al territorio italiano e in particolare alla città di Roma dove ha sede uno dei tre stabilimenti produttivi e la sede amministrativa dell’azienda. “Siamo orgogliosi di poter dare il nostro contribuito a questa mostra con il brand Nastro Azzurro che  incarna in pieno i valori autentici del nostro Paese  esportandoli  in tutto il mondo – commenta Federico Sannella, Direttore Relazioni Esterne di Birra Peroni -.  E’ proprio all’insegna dell’italianità che abbiamo  deciso di aderire con entusiasmo ad una sfida particolarmente importante per il nostro Paese e per la città di Roma, in particolare, che si è candidata ad ospitare i Giochi Olimpici del 2020”.

Birra Peroni parteciperà alla rassegna esponendo immagini, video pubblicitari, ed oggetti storici legati al suo celebre brand Nastro Azzurro. Nata negli anni Sessanta, esattamente nel 1963, Nastro Azzurro è oggi la birra italiana più venduta al mondo sinonimo di qualità e di gusto, presente in più di 60 paesi come icona dello stile italiano. I materiali esposti sono stati selezionati con lo scopo di documentare l’evoluzione del marchio e i suoi tratti di innovazione e dinamicità che hanno contribuito ad assicurane il successo al livello mondiale.

La storia di Nastro Azzurro risale al 1963 ma la birra viene introdotta nel mercato solo nel 1964, dopo un anno di prove, con un lancio di prodotto organizzato in grande stile. Già nel 1965 ottiene un importante riconoscimento internazionale, ricevendo il primo premio in una competizione tra le birre lager di tutto il mondo. L’icona del “Nastro Azzurro”, presente fin dalla nascita della marca nella comunicazione e nel packaging e celebrata nel suo stesso nome, ricorda il premio attribuito al transatlantico in grado di compiere la traversata Atlantica nel minore tempo possibile. La comunicazione di Nastro Azzurro racconta la profonda evoluzione della marca che, inizialmente legata ad un immaginario italiano e mediterraneo – con le campagne sui  temi del mare e della vela – è diventata col tempo protagonista di un contesto sempre più internazionale, pur mantenendo forte la propria identità di birra italiana.

Il legame con Valentino Rossi, che accompagna Nastro Azzurro per sette anni celebrandone il crescente successo, contribuisce a far conoscere la marca ad un pubblico allargato: il binomio Valentino Rossi-Nastro Azzurro attribuisce alla marca una personalità dinamica e si imprime fortemente nella mente dei consumatori italiani. Il 2009 è l’anno di una ulteriore evoluzione per Nastro Azzurro, che lega la sua immagine al mondo del cinema con la sponsorizzazione ufficiale della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia e di altre importanti manifestazioni cinematografiche e creative, creando così una associazione immediata con il glamour, l’eleganza e lo stile italiano.

da ITALGROB.IT

Novamont Talia packaging innovatico ed ecosostenibile

Nasce Talia, la nuova linea di carta amica dell’ambiente
Novamont e Cartiera di Rivignano presentano il nuovo packaging biodegradabile e compostabile

Nasce Talia, la nuova linea di carta realizzata con pura cellulosa accoppiata per estrusione con il Mater-Bi® in grado di ridurre l’impatto sull’ambiente dei rifiuti post consumo.

Dalla collaborazione tra Novamont, azienda novarese ledear nei prodotti biodegradabili e Cartiera di Rivignano prende il via un nuovo progetto che incontra in maniera efficace la crescente domanda da parte dei consumatori di prodotti con packaging ecosostenibile, mira alla completa ecosostenibilità e al rispetto delle normative europee relative alla riduzione dell’imballaggio destinato allo smaltimento in discarica.

In occasione della Fiera Interpack, che si svolgerà dal 12 al 18 maggio a Düsseldorf (Germania), le due aziende presenteranno presso la Hall 09, stand D23, la carta da banco con Mater-Bi, completamente biodegradabile e compostabile, ideata come alternativa agli imballaggi realizzati in carta e in polietilene. Disponibile sia in bobina che in fogli di vari formati, può essere personalizzata mediante stampa.

La carta da banco è solo il primo di una serie di nuovi ed innovativi prodotti che potranno essere realizzati utilizzando la carta accoppiata con il Mater-Bi. Tra di essi numerose applicazioni per il packaging.

Il Mater-Bi®, la bioplastica sviluppata da Novamont, contiene risorse rinnovabili di origine agricola, è biodegradabile e compostabile in conformità con le norme europee EN 13432 e EN 14995. È in grado di garantire resistenza e tenuta del tutto simili alle plastiche tradizionali, riduce le emissioni di gas ad effetto serra, diminuisce il consumo di energia e di risorse non rinnovabili, termina un circolo virtuoso: le materie prime di origine agricola tornano alla terra attraverso processi di biodegradazione e compostaggio senza il rilascio di sostanze inquinanti.

da IT.PAPERBLOG.COM

Bioplastica

Bioplastica, ai confini dell’ecocompatibilità
La chimica strizza l’occhio all’ambiente con polimeri a basso impatto ambientale

di Nicola Gravina

Il sacchetto di plastica tanto usato per le nostre spese quotidiane è andato in pensione. E’ di questi giorni l’iniziativa nazionale “Porta la Sporta” che vuole sensibilizzare i cittadini sull’uso di alternative al consueto “shopper”. I dati pubblicati nel Report 2010 dall’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente per l’Emilia Romagna parlano chiaro: sono 90.000 le tonnellate di plastica raccolte nel 2009 in Regione e per l’anno successivo non ci si aspetterà un quantitativo inferiore. La situazione dovrebbe migliorare dal 2011 grazie alla applicazione della Finanziaria 2007 che vieta dal gennaio di quest’anno l’uso di sacchetti non biodegradabili. Da materiali sintetici ricavati dal petrolio e difficilmente riciclabili (polietilene e polipropilene) a diverse famiglie di polimeri di minor impatto ambientale il passaggio non sarà immediato ma l’aumentata sensibilità ambientale e la maggior facilità di smaltimento dei rifiuti fanno ben sperare.

Ma cosa è stato fatto fino ad ora?

Gli anni ‘70 hanno visto la luce delle prime forme di plastiche ecologiche basate sulla sostituzione delle componenti idrocarburiche con l’amido proveniente da prodotti agricoli quali il mais o la patata. Di seguito anche la cassava (un tubero a metà fra la rapa e la patata) è stata sfruttata a questo scopo e dal 2008 in Vietnam vengono prodotti sacchetti di plastica a basso costo e basso impatto ambientale.

Di diversa composizione risultò il prodotto sintetizzato dalla dottoressa Charlotte Williams dell’Imperial College di Londra. Il polimero, composto da zuccheri non commestibili di origine vegetale poteva essere degradabile anche all’interno del corpo umano senza peraltro risultare tossica. La biodegradabilità così ottenuta rese la bioplastica possibile di applicazioni nel campo medico come ad esempio il rilascio controllato di farmaci.

A Pune in India, gli zuccheri sono stati nuovamente utilizzati ma con uno stratagemma diverso. Il polimero “ibrido” ottenuto dall’unione dello stirene (una particolare forma di idrocarburo usato per la produzione di materiale plastico) con molecole di saccarosio e glucosio risultava commestibile ad alcune colonie di batteri. Nutrendosi di zucchero questi ultimi “frantumavano” la catena polimerica degradando la plastica.

Passando attraverso l’utilizzo delle alghe verdi (Cereplast, in California) si è arrivati ai giorni nostri con lo sfruttamento animale in ambito ecocompatibile. Yigi Yang ed il suo team presso l’Università del Nebraska ha ottenuto una sottile pellicola di plastica processando le piume di pollo con dell’acrilato di metile in sostituzione dei derivati del petrolio per la produzione di polimeri sintetici. La tecnica, vista come una evoluzione dal precedente utilizzo di cheratina come additivo al polietilene ed al polipropilene, ha dato alla luce un film sottile dalla buona termoplasticità, resistenza e maggiore impermeabilità rispetto ad altri materiali biodegradabili.

Infine, sul mercato si è fatto largo una bioplastica tutta italiana, la “Mater-Bi”, prodotta dalla Novamont, che sfrutta l’amido del mais al posto del polietilene nella produzione di imballaggi, sacchetti e cotton fioc.

Il successo di queste plastiche sarà determinato dallo sviluppo tecnologico sostenibile e dalla sensibilità del cittadino sulla conservazione delle risorse e la preservazione dell’ambiente. Vivere più in sintonia con la natura aumenterebbe la speranza di lasciare alle generazioni future un pianeta più sano.

da ESTENSE.COM